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PartyNextDoor e Drake, il sound di un’eterna zona comfort

Drake e PartyNextDoor uniscono le forze per “$ome $exy $ongs 4 U”, ma il risultato è un album che nasce e muore al primo ascolto privo di momenti realmente memorabili

$ome $exy $ongs 4 U è la nuova fatica di Drake in collaborazione con uno dei maggiori talenti della OVO Sound, PartyNextDoor. Il recente beef con Kendrick Lamar – il cui ultimo capitolo degno di nota risale all’esibizione del rapper originario di Compton al Super Bowl Halftime Show dell’anno corrente – sembra aver influito non poco sulle vicende (artistiche e non) del rapper canadese, come senz’altro traspare dal presente joint album. Quest’ultimo, infatti, composto da ventuno tracce, per un’ora e tredici minuti di durata complessiva, oscilla senza pausa fra il rap e l’R&B, spesso intersecati l’uno nell’altro all’interno dei singoli brani previsti dalla tracklist; privo di momenti realmente memorabili, o quantomeno tali da giustificare un discorso anche solo di medio periodo a riguardo. In altre parole, il disco nasce al primo ascolto – e fin qui non c’è nulla di cui preoccuparsi – e muore al termine dello stesso: un dato non di poco conto, considerata la fama sempre più esigente di Drake e il difficile momento che pare star attraversando sotto gli occhi di tutto il mondo.

I continui e repentini cambi di beat, l’alternarsi di generi diversi – che, qui, finiscono per toccare anche il terreno della drill, a più riprese apprezzata da Drizzy in passato – non bastano a colmare un vuoto contenutistico e, alla base, artistico, che da qualche anno sembra affliggerne irrimediabilmente la discografia. E a poco serve il contributo di PartyNextDoor, il quale appare poco più che sottotono, adattandosi perfettamente al ritmo del collega. La prima parte del disco scorre tranquilla e senza particolari scossoni, lasciando l’impressione di un lavoro quantomeno gradevole, seppur non esaltante; il quale, forse, avrebbe potuto rendere in misura maggiore nella veste di EP piuttosto che in quella di LP: da Moth Balls a Deeper, passando per Small Town Fame, infatti, c’è poco che si possa rimproverare ai due artisti canadesi, in termini di attitudine e versatilità, tenendo fede al famoso principio less is more. I problemi, bensì, cominciano allo scoccare della seconda parte dell’album, in cui la linea fra noia e assuefazione comincia a farsi via via sempre più sottile, sperando in una fine che giunga rapida – impossibile, dato il pressoché lento andamento della riproduzione – e indolore. Il tutto condito da un rimando, divenuto ormai poco più che scontato, a strade già battute e ribattute dai nostri, eliminando definitivamente la possibilità di un elemento inedito, o quantomeno diversificante, nel discorso musicale da questi intrapreso.

Il rischio che $ome $exy $ongs 4 U sembra assumersi senza troppi problemi, insomma, è quello di suonare – dall’inizio alla fine – terribilmente piatto all’orecchio dell’ascoltatore; come un progetto privo di pretese, di mordente, incapace di giocarsela con i fasti gloriosi di un Drizzy Drake sempre più vittima del cliché musicale in cui si è a poco a poco trasformato. Così come si dimostra incapace di giocarsela con gli stessi fasti dell’opera di PartyNextDoor, anche lui – qui, forse, poco più convincente del connazionale – sempre più copia di sé stesso e della gloria dei primi lavori. Incapace di uscire dalla sua bolla, liricamente malmenato dalle spietate rime di Lamar – a cui il canadese, in questo frangente, si limita a rispondere solo con una serie di timide frecciatine – e, forse, convinto di star vincendo la partita con sé stesso e con il resto del mondo, Drake spreca una ghiotta occasione per dimostrare, in compagnia di uno degli elementi – sulla carta – più promettenti della sua scuderia, di avere ancora qualche asso nella manica in grado di sorprenderci. E nel momento in cui sembra averne più bisogno.

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